Al largo  della Somalia sconvolta da una guerra civile ormai pluridecennale, la navigazione, come noto era molto pericolosa per la cronica presenza della pirateria.  

Un mare diventato, in pochi anni, teatro di strenua difesa degli equipaggi assaltati, con aumento della velocità, lanci di oggetti, idranti, sbarramenti di filo spinato sulle murate, colluttazione e riparo nello spazio blindato di cui molte navi sono state dotate.

Ma a queste misure assunte dal naviglio in transito va aggiunto il pattugliamento marittimo  delle Marine Militari di Nato, Ue e di altri Paesi oltre all’ imbarco di personale armato sulle navi in attraversamento quelle acque a rischio con il risultato che nel Corno d’Africa da quasi trecento attacchi nel 2011 oggi si sono quasi azzerati. 

Mentre in quei mari il fenomeno si andava esaurendo, a occidente  sulla costa opposta del continente africano, nel Delta del Niger il fenomeno è esploso con la pirateria del Golfo di Guinea che da semplici e frequenti abbordaggi è passata a sequestri di navi e di equipaggi a scopo di riscatto.

Vere e proprie bande ben armate  dotate di pescherecci o altre imbarcazioni  rubate  in grado di navigare per più giorni e calare in mare piccole barche veloci cariche di uomini armati con raggio di azione anche ad oltre 200 miglia dalla costa.

Dopo aver registrato nel 2020 il primato del 90% dei rapiti in 22 attacchi (130 su un totale di 135 marittimi vittime di episodi di questo genere a livello globale), nei primi sei mesi di questo anno il Golfo di Guinea è stato il teatro di tutti i rapimenti di membri di equipaggio e dell’unico caso di un marittimo rimasto ucciso.

Su un totale di 68 episodi, in calo rispetto al primo semestre 2020 di oltre il 30%, il Piracy Reporting Center (PRC), dell’International Maritime Bureau (IMB), riporta che oltre un un terzo di essi è avvenuto nel Golfo di Guinea, confermando il  leggero aumento della pirateria del Golfo.

Per fronteggiare questa grave emergenza, si stanno mettendo in campo rimedi analoghi a quelli sperimentati in Somalia, ma non con gli stessi approcci diplomatici e militari, essendo il Golfo di Guinea l’affaccio marittimo di dieci Stati sovrani.

Secondo Luca Sisto, Direttore Generale di Confitarma, intervenuto a un webinar sulla pirateria promosso da Confitarma e Report Difesa, Come riporta Trasportoeuropa, il fenomeno “si combatte in mare, ma si risolve a terra”.

Dal Golfo di Guinea passa il 7% dell’energia italiana e il 30% di quella europea, e vi sono localizzati importanti insediamenti energetici di Eni, e in Nigeria terminal e magazzini della Grimaldi Group, che su 130 navi che ha in circolazione ogni giorno, 6-7 transitano nell’area.

In Italia, l’imbarco in acque internazionali a rischio pirateria di guardie giurate private armate su navi civili è previsto dal 2013  solo in caso di indisponibilità dei Nuclei Militari di Protezione (NMP) coordinati dalla Marina, condizione poi liberalizzata.

Oltre ad accordi di cooperazione multi-nazionale di addestramento e formazione, sono in essere nell’area iniziative regionali e internazionali, tra cui il Deep Blue Project della Nigeria e il Gulf of Guinea Maritime Collaboration Forum per la parte operativa militare.La Marina Militare italiana  dispiega nel Golfo di Guinea  fregate che intervengono con elicotteri e fanti armati della San Marco in acque che registrano una presenza media giornaliera di circa trenta mercantili italiani, la cui protezione è di interesse nazionale.

Il sistema adottato dall’Italia mette in sinergia tutte le parti: militare, civile e guardia costiera, che richiede un approccio militare, ma anche diplomatico e civile/commerciale.

Foto della Fregata Rizzo in missione nel Golfo di Guinea

agc//GL

AGC GreenCom 22 Luglio 2021 7:13