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mercoledì, Agosto 17, 2022
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UniPD: l’inquinamento atmosferico diminuisce la trasmissione del covid

L’inquinamento atmosferico da particolato non aumenta la trasmissione del virus. Lo studio Evaluating the Presence of Sars-Cov2 in the Particular Matters During the Peak of Covid 19 in Padua, Nothern Italy, condotto dai ricercatori delle Università di Padova, Genova e Perugia, appena pubblicato nella prestigiosa rivista Science of the Total Environment sulla potenziale presenza di RNA di Sars-Cov-2 su una serie rappresentativa di campioni di particolato atmosferico raccolto nella provincia di Padova, durante la prima ondata di pandemia, suggerisce una bassa probabilità di trasmissione aerea dello stesso e sebbene non vi siano sufficienti dati mondiali per confermare questa tesi.

Quarantaquattro campioni di Pm2,5 e Pm10 sono stati raccolti tra il 24 febbraio e il 9 marzo 2020, immediatamente prima del lockdown nazionale e sono stati analizzati dal laboratorio di Igiene e Microbiologia Applicata dell’Universita di Padova. Tra le sorveglianze ambientali prese in esame, la possibile presenza di Sars-Cov-2 nel particolato atmosferico preoccupa maggiormente perché la trasmissione aerea del virus è sicuramente la principale causa del contagio ma è anche stata riscontrata una correlazione tra il superamento dei limiti di concentrazione di Pm10 in alcune città italiane e il numero di casi di Covid-19, (Cascetta te al. 2021; Coccia 2020; Bontempi 2020; Setti te al.2020a) senza tuttavia confermarne un nesso di causalità.

“I risultati della nostra ricerca si riferiscono ad un arco temporale e ad un contesto geografico ben preciso e non possono escludere a priori la possibile presenza di Rna del virus in altri casi, così come documentato in un altro studio in Italia. (Setti te al., 2020b) – ha spiegato il prof. Alberto Pivato del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Padova e primo autore dello studio – Ciò nonostante, considerata la scarsa capacità di sopravvivenza al di fuori delle cellule ospiti ovvero infettate, si può ragionevolmente ipotizzare che il virus sia in una forma non attiva anche per le specifiche condizioni in cui si trova nell’ambiente esterno (presenza di raggi ultravioletti e altri agenti ossidanti) che contribuiscono ad una sua rapida degradazione”.

“In ogni caso, anche se il virus fosse in forma attiva, la forte diluizione in aria comporterebbe una probabilità estremamente bassa che i soggetti possano essere esposti alla cosiddetta dose infettante, con un conseguente rischio trascurabile di contrarre l’infezione. Non è sufficiente – ha aggiunto – affinché un soggetto suscettibile si infetti, che venga in qualche modo in contatto con il virus: è anche necessario che un certo quantitativo di virus attivo (ovvero dose infettante) superi le difese dell’organismo e penetri all’interno di esso“.

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