Fino a tempi recenti l’endoscopia era limitata al trattamento del tratto superiore esofago-stomaco-duodeno e a quello inferiore retto-colon, lasciando “scoperti” i 7 metri nei quali si snoda l’intestino tenue.

Tuttavia, la dottoressa Maria Elena Riccioni, UOC Endoscopia Digestiva Chirurgica del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, ricercatore del Dipartimento di Medicina e chirurgia traslazionale all’Università Cattolica, campus di Roma, uno dei pochissimi centri d’Italia e unico del Lazio dove si fa uso dell’endoscopia dell’intestino tenue (‘enteroscopia assistita da device’ o DAE), spiega questa tecnica che si prospetta rivoluzionaria: “Si tratta di un esame che non ha solo finalità diagnostiche (come la videocapsula), ma che offre la possibilità di effettuare una serie di trattamento endoscopici. La principale indicazione riguarda le cosiddette ‘emorragie oscure’, ovvero quei sanguinamenti intestinali dei quali né la gastroscopia, né la colonscopia hanno consentito di individuare la sede di partenza. E si stima che ben un’emorragia digestiva su 20 (il 5% di quelle che arrivano in pronto soccorso) abbia origine proprio dal tenue”.

“A causare questi sanguinamenti – continua – sono soprattutto tumori primitivi (quali carcinoidi, GIST e tumori neuroendocrini) o metastasi (ad esempio da melanoma, rene, polmone) o ancora, sindromi polipoidi ereditarie (come la sindrome di Peutz-Jeghers). Siamo inoltre centro di riferimento per il centro-Italia per la sindrome di Rendu Osler, o teleangectasia emorragica ereditaria, una malattia rara genetica”.

L’enteroscopia, tecnica elaborata dal dottor Yamamoto e molto diffusa in Germania, dove la dottoressa Riccioni – che è anche coautrice delle linee guida della Società Europea di Endoscopia Gastrointestinale (ESGE) sull’enteroscopia pubblicate sulla rivista Endoscopy nel 2018 – l’ha appresa, è dunque molto vantaggiosa, soprattutto per patologie come la malattia di Crohn, dove oltre a dare conferma della diagnosi si possono usare appositi “palloncini” per dilatare i restringimenti di tratti dell’intestino (stenosi), che possono nascere nei pazienti spontaneamente (stenosi primarie) o a causa d’interventi chirurgici.

La procedura si effettua sotto sedazione profonda e con ausilio radiologico – per tracciare attraverso “scopia” la progressione dell’endoscopio –, e consiste anche in una parte “terapeutica” che serve a bloccare l’emorragia (emostasi): si possono effettuare iniezioni di adrenalina, di fibrina o di colla acrilica, un’emostasi meccanica con le clip o, se ci fossero angiodisplasie, l’argon plasma coagulation. Si possono anche rimuovere piccoli polipi con le “anse” endoscopiche e fare biopsie con le “pinze”, oltre che marcare con appositi tatuaggi le parti rimuovere in caso di tumori in una operazione chirurgica.

Foto Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS

AGC GreenCom 17 Marzo 2021 18:02