Un membro del Parlamento iraniano, Ahmad Amirabadi Farahani, il 9 gennaio, ha affermato che l’Iran espellerà gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu (IAEA) entro il prossimo 21 febbraio, a meno che gli USA non rimuovano le sanzioni imposte sul proprio Paese.

Nella stessa giornata, le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno organizzato una parata navale nel Golfo Persico, vicino all’isola di Farsi, dove nel 2016 l’Iran aveva sequestrato 10 navi della Marina statunitense. 

Prima dell’annuncio del 9 gennaio, lo scorso 4 gennaio, Teheran aveva già annunciato di aver ripreso l’arricchimento di uranio al 20% presso il proprio impianto nucleare sotterraneo di Fordow, superando di quasi sei volte la soglia del 3,67% fissata dall’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Prima del 4 gennaio, l’Iran stava già arricchendo uranio fino al 4,5% e l’ultimo incremento ha lasciato presagire timori rispetto al fatto che l’Iran intenda realizzare armi nucleari, piano che prevedrebbe l’arricchimento dell’uranio fino al 90%.

Il JCPOA, firmato da Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione europea, prevede limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano su Teheran e della rimozione dell’embargo sulle armi convenzionali, entrambe previste dalla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata il 20 luglio 2015.

Dalla sua firma, secondo l’amministrazione del presidente uscente degli USA, Donald Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi in modo soddisfacente tanto da ritirare il proprio Paese dall’intesa l’8 maggio 2018. In seguito a tale decisione gli USA hanno ripreso ad imporre sanzioni contro l’Iran, applicando la cosiddetta “politica di massima pressione”.

Le dispute tra le parti sono culminate quando Trump, il 3 gennaio 2020, aveva ordinato un bombardamento aereo, eseguito con droni, contro l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, nel quale avevano perso la vita il generale a capo della Quds Force iraniana, Qassem Soleimani, e il vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis. A tale gesto, l’8 gennaio successivo, l’Iran aveva risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq che si sono poi ripetuti nel corso dei mesi successivi.

Ad oltre un anno dai fatti dell’aeroporto di Baghdad, le tensioni nella regione del Golfo restano ancora alte. Il 9 gennaio, centinaia di imbarcazioni iraniane hanno organizzato una parata nei pressi dell’isola iraniana di Farsi, a quattro giorni di distanza da un’esercitazione condotta con droni in tre luoghi diversi, simultaneamente. Secondo The New Arab, la frequente organizzazione di esercitazioni nelle acque del Golfo Persico, ma anche sul proprio territorio, servirebbe ad aumentare la prontezza al combattimento di Teheran.

Il 7 gennaio, gli USA hanno inviato altri due bombardieri B-52 in Medio Oriente, dopo che altri due velivoli dello stesso tipo avevano sorvolato la regione il precedente 10 dicembre. Washington ha anche posizionato un sottomarino e due navi da guerra nelle acque del Golfo arabo.  Il 21 dicembre e il 4 gennaio, il Pentagono ha deciso che la portaerei USS Nimitz, che sarebbe dovuta ritornare negli USA nelle prossime settimane, rimarrà nella regione mediorientale.

AGC GreenCom 9 Gennaio 2021 19:27