In un focus  pubblicato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) Alessia Mighini  commenta i meccanismi finanziari che sorreggono la Belt and Road Initiative (BRI) cosiddetta Via della Seta Cinese.

“In un recente articolo del Financial Times – scrive la ricercatrice dell’ISPI- si avanza l’ipotesi che l’intera BRI sia in involuzione, dal momento che la Cina ha drasticamente ridotto il programma di prestiti all’estero delle sue due maggiori banche (da un picco di 75 miliardi di dollari nel 2016 a soli 4 miliardi di dollari…… dopo quasi un decennio di ambiziosa crescita (che al suo apice ha rivaleggiato con quella della Banca Mondiale)”.

Le banche che sino ad ora hanno dominato l’universo dei prestiti all’estero della Cinasono la Chinese Export-Import Bank e la China Development Bank, entrambe del Consiglio di Stato cinesee rappresentano nell’insieme oltre il 75% di tutti i prestiti trans-frontalieri diretti tra il 2000 e il 2017, mentre gli enti governativi, come il Ministero del Commercio, svolgono solo un ruolo minore.

 Questo tra l’altro spiega anche “le scarse informazioni sul vero ammontare totale del debito sovrano dei Paesi riceventi verso la Cina, sommando sia i crediti commerciali che i crediti sovrani, che oggi sollevano timori di una possibile nuova crisi del debito dei Paesi poveri, nei confronti del creditore Cina”.

Quasi tutti i prestiti cinesi all’estero vengono  concessi tramite enti statali cinesi e i beneficiari tendono a essere imprese statali: ma questo tipo di prestito da impresa a impresa spesso non viene raccolto dagli uffici statistici dei Paesi in via di sviluppo (Pvs), cosicché le statistiche sul debito internazionale soffrono di una cronica sottovalutazione.

Le agenzie di rating come Standard & Poor o Moody’s “tengono traccia degli eventi di debito e di credito (default) sui flussi da privato a privato o da privato a sovrano, ma mancano i prestiti sovrani, come quelli delle banche statali cinesi di proprietà dello Stato”.

Una potenziale spiegazione di questa insufficiente chiarezza è che per la BRI  “ la Cina utilizza una strategia di prestito “circolare” che riduce al minimo il rischio di inadempienza sui suoi prestiti. Per i debitori a rischio, le banche cinesi di proprietà dello Stato scelgono spesso di non trasferire denaro su conti controllati dal governo beneficiario. I prestiti vengono invece erogati direttamente all’impresa appaltatrice cinese che realizza il progetto di costruzione all’estero: un cerchio chiuso, insomma, nel quale i prestiti rimangono all’interno del sistema finanziario cinese…..”

Le stime più recenti mostrano che circa il 50% dei prestiti della Cina sarebbe “nascosto”. Né il FMI né la Banca Mondiale né le agenzie di rating del credito riferiscono di questi titoli di debito “nascosti”, che sono cresciuti fino a superare i 200 miliardi di dollari al 2016.

“Il problema dei debiti nascosti cinesi è particolarmente grave in paesi in crisi come il Venezuela, lo Zimbabwe e l’Iran. In effetti, la Cina non segnala alla BRI alcun credito bancario nei confronti di questi Paesi, nonostante i consistenti flussi di prestiti noti negli ultimi quindici anni  .

In più occasioni l’eccessiva presenza di capitali cinesi in Paesi riceventi ha sollevato polemiche sull’ingerenza politica che ne consegue, e sul grado di rischio sia per i debitori eccessivamente esposti verso la Cina, sia per la Cina stessa come creditore di prestiti che potrebbero difficilmente rientrare. Di conseguenza, l’esposizione diretta delle banche cinesi è stata drasticamente ridotta, ma non quella della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) sulla quale la Cina punta per gli investimenti in Asia che non ha ridotto drasticamente il numero di progetti e l’impegno finanziario negli ultimi due anni.

Che la BRI, prosegue Alessia Amignini “ sia ideata per diventare il format delle relazioni bilaterali cinesi con il resto del mondo, soprattutto con i Paesi in via di sviluppo, sembra essere in effetti l’intenzione di autorevoli accademici cinesi…..” ma secondo gli stessi “dovrebbe essere organizzata come un’organizzazione che fornisce competenze e consulenza ai Paesi in via di sviluppo seguendo l’esempio dell’OCSE per i Paesi sviluppati”.

AGC GreenCom 23 Dicembre 2020 7:50