Anche l’Italia avrà presto il proprio “piano stategico” sull’idrogeno. Con ogni propabilità a inizio 2021. Al MISE (Ministero Sviluppo Ecocomico) un gruppo di esperti è al lavoro dall’agosto scorso e le prime linee guida dovrebbero essere a disposizione per un confronto con gli stakeholder.

Le linee guida dell’iniziativa, ovvero la “National hydrogen strategy preliminary guidance”, sono già ben definite: prevedono al 2030, vale a dire in 10 anni, l’incremento dell’idrogeno sui consumi nazionali di energia del 2%, con la prospettiva di salire al 20% nel 2050; 5 Gigawatt di elettrolizzatori installati sempre al 2030; investimenti per 10 miliardi di euro suddivisi fifty-fifty con il settore privato; un impatto sull’occupazione di 200mila addetti diretti e indiretti e sul Pil di 27 miliardi addizionali (1,5 punti, ai valori 2019). Più tutti gli effetti sulla filiera e su aree dismesse o in riconversione.

L’idrogeno è decisamente importante per l’Italia in quanto dovrebbe produrre un impatto sul PIL che potrebbe raggiungere i 40 miliardi di euro nel 2050.

In Europa, sul fronte dell’energia, si parla sempre più di idrogeno. A luglio Bruxelles ha reso nota la strategia europea, subito seguita da Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Olanda.  E proprio sull’idrogeno Parigi e Berlino, dopo le raggiunte intese sulle batterie ricaricabili, hanno consolidato il proprio asse energetico. E l’Italia, sostengono al MISE, non può certo più rimanere indietro.

Non solo per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, che la Commissione Ue vuole rendere più stringenti aumentando dal 40 al 55-60% il taglio delle emissioni di gas serra al 2030 (sul 1990), ma anche e soprattutto per le opportunità di crescita di una filiera poco sviluppata, che ad oggi copre solo l’1% dei consumi finali di energia. Per di più con idrogeno “grigio”, cioè prodotto da fonti fossili.

“Abbattere l’inquinamento è una priorità della nostra agenda politica – dice il viceministro allo Sviluppo Economico Stefano Buffagni – e l’idrogeno, oltre alla sua importanza dal punto di vista economico, è un pilastro delle future strategie ambientali ed energetiche globali e rappresenta il futuro green che vogliamo lasciare ai nostri figli”.

Il suo “colore”, attualmente “grigio”, è uno dei temi sui quali il Governo attuale pare avere una posizione precisa. Ovvero, preferenza e incentivazione per quello “verde” (prodotto con energie rinnovabili e l’idrolisi dell’acqua) ma anche nessun divieto a chi volesse produrre quello “blu”, risultato di un processo che usa il metano e poi lo decarbonizza con la cattura e lo stoccaggio della CO2.

In altri termini: Enel da una parte, Eni dall’altra. Ad oggi quello verde ha un prezzo che varia tra 5,5 e 11 euro al chilo, ma si stima che debba rapidamente scendere su valori di circa 3 euro al chilo. Quello blu costa tra 3 e 4 euro e dovrebbe rimanere costante. Le prime linee guida del MISE indicano quindi necessaria una spinta molto forte alla produzione di energia elettrica “green”.

E se l’Unione europea decidesse di alzare il taglio delle emissioni al 55-60% nel 2030 (come è intenzione di Ursula von der Leyen), il Piano nazionale integrato energia e clima italiano (il Pniec) dovrebbe giocoforza essere aggiornato. Già ora, con quello attuale, servirebbero altri 40 Gigawatt di capacità rinnovabile di qui al 2030, mentre la progressione è intorno a 1-1,5 Gigawatt l’anno. Indiscutibilmente troppo lenta.

AGC GreenCom 15 Novembre 2020 19:17